architecture
  Filatoio  Rosso

Edificio anomalo, sia per tipologia che per destino, nel territorio settecentesco del cuneese, altrimenti improntato ad un piu` convenzionale utilizzo agricolo, e ad un industrialismo piu` che cauto, decisamente guardingo.

Costruito in soli due anni, tra il 1676 e il 1678, il filatoio doveva servire per importare in Piemonte nuove tecnologie di produzione della seta. Torcitoi di nuova concezione, cicli di lavorazione ottimizzati e soprattutto la dislocazione della manifattura a ridosso dei luoghi di produzione della materia prima, avevano lo scopo di far recuperare al prodotto piemontese la qualità` e l’appetibilita` di mercato che nel tempo aveva perduto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa inesistenza di fatto dura per molti anni. E con essa, prende piede il degrado. La pialla senza scrupoli del tempo si adopera per cancellare gli spigoli. La polvere aumenta, il silenzio diventa l’unico ricordo di queste mura.

 

 

 

 

 

 

 

 

Solo con la seconda Guerra Mondiale,a seguito delle impellenti esigenze belliche, i locali del filatoio tornano a brulicare di vita: ormai spogliato della sua vecchia identita` industriale, esso viene riutilizzato come caserma.

Nuovi zoccoli tornano a battere il selciato, ma stavolta sono quelli dei muli degli Alpini. Anche i macchinari, ormai inutilizzabili, sono spariti.

 

 

 

La storia del Filatoio Rosso e` a suo modo esemplare. Organismo industriale e urbanistico di rilievo, esso ebbe una precisa identita` fintanto che svolse la sua funzione produttiva. Dopo di che, con l’avvento della crisi di mercato e la conseguente dismissione di tutte le attivita`, tutto il complesso precipita in un lungo periodo di limbo. Inizialmente intatto, ma frequentato non piu` da operai e lavoranti, il palazzo del filatoio diventa un non luogo, un’entita` la cui caratteristica principale sembra essere l’assenza. Nei suoi cortili non risuonano piu` gli zoccoli dei cavalli che trainavano i carri delle forniture, ne’ il vociare delle maestranze: ora non ci sono che echi che si rincorrono per stanze vuote, macchinari fermi, che il tormento dell’attivita` non perseguita piu`, e sui quali la polvere sedimenta senza pieta`.

Il Filatoio non e` piu` un filatoio. Dunque, non essendo piu` cio` per cui era stato costruito, il Filatoio non e` piu` niente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

... da qui si entra nel cuore dell' edificio:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

... ma se si va oltre, come sempre, le cose cambiano:

 

 

   ... il secondo cortile: il vecchio che non si rinnova,
ma in  silenzio si consuma, diventa sempre più vecchio...

 

 

.. e di là, oltre quell'androne in  rovina, si nasconde il terzo cortile...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

.. l'ostinata resistenza anche nella rovina: ecco il vero eroismo...

 

 

Ma la nuova destinazione non dura a lungo. Ben presto anche questa seconda identita` viene spazzata via. Per la seconda volta, polvere e silenzio tornano a regnare su tutto. Le scritte retoriche dipinte sui muri, inneggianti a coraggio ed eroismo senza macchia, cedono agli insulti del tempo, si sbiadiscono, si sbriciolano con la sabbia degli intonaci, cadono a pezzi. La loro delirante retorica dimostra i propri limiti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Queste domande sono scomode, e a quanto pare, non dispongono di risposte facili. Forse nel nostro modo corrente di rapportarci alle cose, che attribuisce un senso soltanto a quanto puo` essere inquadrato in un qualsiasi processo di produzione, di risposte non ne esistono affatto.
Dev’essere per questo che ci affanniamo a cancellare le tracce di quello stato di cose: demoliamo e ricostruiamo, per poter trovare risposte piu` semplici.

 

A questo serve la macchina fotografica, in questi casi:
piu` che a trovare delle risposte, a prender nota di una, cento domande.
A incidere, magari in negativo, il segno inquietante di un punto interrogativo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

fotografie & testi: c. reger Ó
(
Nikon 880 – ottobre 2002 )

 

 

 

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Nel frattempo, sporgendosi verso il secondo cortile, oltre le transenne, possiamo vedere ancora lo spettacolo del degrado che ha preceduto quest’ultima impennata del destino: i tetti in rovina, le finestre cadenti, l’ormai patetica e sgangherata retorica delle iscrizioni sui muri.
Fra non molto tutto questo verra` cancellato. Tutto il complesso, come si usa dire in questi casi, tornera` a nuova vita. E di quello che sara` stato in tutti questi anni, di questo suo ostinato e individuale continuare ad esistere, non restera` alcuna traccia. Il Filatoio, la Caserma, il Museo: si direbbe che non siamo capaci di vedere le cose se non possiamo dar loro una etichetta. Eppure questi edifici hanno continuato a vivere una loro specifica esistenza anche quando le nostre attribuzioni venivano a mancare: il palazzo era comunque li`, a ridosso dei campi ormai abbandonati, anche quando non era piu` una fabbrica ne` una caserma, e di un museo non si intravedeva nemmeno la possibilita`.

Cos’era il filatoio in quella fase di interregno? Che senso avevano i suoi spazi enormi, i suoi volumi, le sue proporzioni?
Quale vita permeava queste stanze vuote?

 

 

 

La resistenza dura fino alla soglia del nuovo millennio, quando inizia il restauro del complesso.
Piu` che di una ripresa dell’esistenza iniziale, si tratta di una rianimazione.
L’esterno dell’edificio e il primo cortile vengono riportati all’ antico splendore, ed i locali ridestinati ad una nuova funzione: quella espositiva.
Gli ambienti in cui erano dislocati i macchinari invece diverranno un museo industriale, in cui copie ricostruite degli antichi torcitoi faranno bella mostra di se’.

 

... il primo cortile: il nuovo che nasce dal vecchio...